

Un sogno accarezzato sino dall’infanzia, ha trovato quest’anno la sua piena realizzazione nel viaggio presso le missioni che hanno in Tanzania i Missionari del Preziosissimo Sangue. Abito vicino ad Albano e la chiesa che ho scelto di frequentare è quella di S.Paolo .
La chiesa è nota perché ospita una cappella dedicata a S. Gaspare del Bufalo. Sotto l’altare, dietro una grata, è collocata l’urna che contiene parte del corpo del santo, per questo il luogo è meta di molti pellegrinaggi.
La mia scelta però è stata del tutto casuale. Nel mio peregrinare alla ricerca della chiesa giusta per me, mi sono imbattuta in questa. Una domenica sono andata a messa. Celebrava un sacerdote che nell’omelia ha raccontato di essere appena tornato dall’ Africa ed ha parlato con molta semplicità di alcuni episodi di vita vissuta laggiù e di quanto sia sentita e gioiosa la partecipazione dei fedeli tanzaniani alla Celebrazione Eucaristica.
Ho pensato, allora, che avrei voluto vedere con i miei occhi. Ho pensato a quel viaggio come ad una incredibile opportunità di vedere anche per rivedermi. Sono trascorsi cinque anni da quel giorno. Questa estate, in agosto, il desiderio è divenuto realtà.
Finalmente In Africa ( Dar Es Salam )
Sono in Africa, nell’Africa vera. La percepisco così perché so di non essere qui per un safari ma per tuffarmi in una realtà che esula dalle mete turistiche. Sono arrivata ieri sera all’aeroporto di Dar. Ad attendere il mio gruppo formato da due missionari della congregazione, tre persone che vi lavorano, un biologo ed io, c’erano due macchine condotte da due Padri che ci hanno aiutato a caricare i bagagli e ci hanno condotto alla Procura dove avremmo trascorso la notte. Le strade erano congestionate da un traffico indisciplinato ( cosa che non può stupirci). Ai margini della strada asfaltata c’è la sabbia su cui si snoda una serie interminabile di bancarelle le cui mercanzie non sono riconoscibili alla tenue luce delle esili fiammelle delle lampade a kerosene. Nella semioscurità uomini,donne,ragazzi passeggiavano o facevano capannello. Ad ogni semaforo si affiancavano alla macchina ragazzetti che vendevano mele o sacchetti di korocho (anacardo) ..Dopo un’ora di viaggio siamo arrivati in Procura, luogo di primo impatto in missione in cui vengono ricevuti, dopo lo sdoganamento, i container destinati alle varie comunità . Rappresenta inoltre l’asilo per i viaggiatori che si accingono a penetrare nell’interno del paese per svolgere il proprio lavoro. Al momento faccio parte di quei viaggiatori anche se per ora il compito che mi sono assegnata è quello di osservare con cento occhi tutto ciò che vedrò. Dopo la cena e l’assegnazione della stanza mi sono cosparsa di “Autan” e protetta dalla zanzariera mi sono abbandonata al sonno con migliaia di aspettative per i giorni a venire. 
Questa mattina siamo andati a Dar per cambiare dei soldi in banca. La strada che abbiamo percorso è molto diversa da quella di ieri sera. Non più squallide baracche ma splendide ville con alti muri di recinzione ingentiliti dalla vegetazione e dai colori smaglianti di prorompenti buganvillee. Nel pomeriggio è prevista la visita a Bagamoyo sulle orme degli schiavi e dei primi Padri.
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In questo angolo lontano dalla strada asfaltata, con una bella costruzione in stile coloniale ed una chiesa in cui hanno riposato le spoglie del leggendario esploratore J. Livingston, colpisce il cimitero con decine e decine di croci in ferro o in pietra bianca ingrigita dal tempo ma stringe il cuore leggere le date di nascita e di morte dei primi missionari. Sono tutti giovani sotto i trent’anni, uomini e donne che in nome della propria fede, hanno scelto di lasciarsi ogni certezza alle spalle per tentare di restituire la libertà e la dignità a chi ne era stato privato. Di fianco e dietro al cimitero si estende, suggestivo nell’ora dolce del tramonto, un grande palmeto di cui ogni palma testimonia una vittoria sulla schiavitù: si dice infatti che per ogni schiavo liberato, i missionari piantassero una palma. Il museo di Bagamoyo conserva documenti storici legati esclusivamente alla schiavitù:fotografie, mappe, manufatti in legno egregiamente intagliati (dagli schiavi, naturalmente), pagine dei registri in cui veniva annotata la “mercanzia”, catene e collari di ferro con cui gli schiavi venivano condotti al mercato…
In certi luoghi il dolore sembra palpabile, è come se tutte le testimonianze fossero intrise di sofferenza. La sensazione è resa più forte dal pensiero che il capitolo “schiavitù” è ancora aperto: la schiavitù della povertà, dei preconcetti, dell’ignoranza… Penso, che per arginare il Problema, dovremmo diventare un po’ “missionari” tutti noi che ci consideriamo liberi.
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Itigi
Siamo finalmente arrivati a destinazione: Itigi luogo in cui trascorrerò i miei giorni africani. Dopo tre ore di fuoristrada da Dodoma mi appare come un’oasi in mezzo alla savana. Un bianco muro di cinta delimita la zona in cui sorge l’ospedale ed altre strutture che consentono al complesso una discreta autonomia. Accanto all’ospedale ha cominciato a svilupparsi il villaggio dotato perfino di una piccola stazione ferroviaria. Così, grazie alla felice intuizione di un missionario, nel cuore della savana sorge ora un polo sanitario a cui fanno riferimento migliaia di persone lontane dai grandi centri abitati.
Una volta entrata, resto colpita dall’ordine con cui è stato concepito e viene mantenuto il centro, il cui cuore pulsante è rappresentato dall’ospedale. Arriviamo al motel dove alloggia il personale che viene qui per lavoro. Una giovane suora mi accoglie cordialmente e mi consegna le chiavi della stanza che sarà la mia casa per parecchi giorni. Sulla porta è scritto il mio nome. Mi fa sentire bene:ero attesa! Sento che anch’io potrò rendermi utile.
Primo risveglio a Itigi.
Nell’uscire per andare a colazione alle7,30 sento un’aria decisamente frizzantina che richiede una felpa. Ci troviamo a m. 1300 s.l.m. e il caldo-umido di Dar è solo un ricordo. Come ho già accennato l’organizzazione interna prevede che ogni unità ( abitazioni delle suore di tre ordini religiosi, ostello delle infermiere, ospedale, motel ecc.) abbia una propria forma di autonomia economico-produttiva (orto, forno per la cottura del pane, piccoli allevamenti ecc.). Le suore che si occupano della struttura che ci ospita sono “Adoratrici del Preziosissimo Sangue” e suor Maria è la coordinatrice, una indomita donna che vive in Africa da trent’anni e si è trovata ad affrontare le situazioni più disparate come quella di cacciar via un giaguaro che si era introdotto in cucina. E’ lei che mi accompagna alla scuola delle suore della Misericordia.
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Urafiki school (scuola degli amici)
La scuola accoglie i bambini dai tre ai sei anni. Il tempo di scambiare due chiacchiere (inglese, swahili, gesti, disegnini) ed arriva l’ora della ricreazione. I bimbi, che indossano la divisa della scuola a quadretti bianchi e neri, escono in fila dalle loro aule e dopo essersi lavati le mani in un grosso secchio, vanno nel refettorio e prendono posto. Uno alla volta sfilano davanti alla maestra seduta dietro al recipiente che contiene il cibo, tendono il loro bicchiere per ricevere la propria razione di uji , una bevanda semiliquida costituita da farina di mais, latte e zucchero oppure una densa pappa di riso, cereali e latte. Ciascuno consuma il proprio pasto, coscienziosamente, senza lasciare nulla nel bicchiere poi, col musetto tinto di bianco si ripresenta per una nuova distribuzione fino a quando il recipiente della pappa non è perfettamente vuoto. Per la maggior parte di loro si tratta dell’unico pasto della giornata.
A questo punto si è pronti per andare nel cortile dopo essersi di nuovo sciacquati le mani e il viso ed aver depositato il proprio bicchiere in un secchio. A turno, gruppi di bimbi si occupano di riordinare il refettorio, di lavare, asciugare e riporre le stoviglie usate. Resto incantata dalla naturalezza e dall’impegno con cui ciascuno svolge il proprio compito. Chiaramente non sono passata inosservata e appena fuori nel grande cortile dopo un momento di esitazione i bambini si accostano prendono la mano che io tendo e dopo un secondo penso che dovrei avere cento mani per riuscire a stringere tutte le manine protese… Tutti attendono un momento di attenzione, dicono il loro nome e ridono quando lo ripeto in modo inesatto. Il cortile è il regno incontrastato della polvere e c’è da augurarsi che il vento non dia il suo contributo ma sembra che me ne accorga solo io : bimbi ed insegnanti non manifestano il minimo fastidio. C’è chi salta alla corda, chi gioca con i copertoni delle bici, chi suona il tamburo. Scopro che la maestra Paolina è una vera artista dello strumento a percussione, quando le chiedo di cantare una canzone coi bambini. Immediatamente si forma un bel gruppo che canta e balla in modo così coinvolgente al ritmo segnato dal tamburo che viene voglia di imitarli
Sono intonatissimi, aggraziati nei movimenti, concentrati su quello che stanno facendo. L’ambiente mi riporta ai primi anni d’insegnamento quando ogni momento della vita scolastica,veniva vissuto dai bambini con un tranquillo rispetto per le regole, per gli insegnanti , senza tensioni, con rari episodi di aggressività comunque subito contenuti. Suona la campanella e ciascuno rientra nella propria aula. Dopo pochi minuti le lezioni riprendono: NDO- NDA- NDE. Ciascuna classe è composta da trenta alunni, ma il coro è unanime senza voci dissonanti.
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Sukamaela
Nel pomeriggio ho seguito il gruppo operativo della Congregazione che, a Sukamaela, deve studiare la possibilità di istallare un pannello solare presso il convento delle suore Orsoline che lavorano in quella località. Sukamahela, il villaggio dei lebbrosi. Ricordo un vecchio film , visto da bambina, mi pare si tratti de “La Tunica” C’era un luogo in cui venivano confinati i lebbrosi: una specie di cava i cui gli anfratti di roccia costituivano le abitazioni degli infelici che cercavano di nascondere le deformità sotto i brandelli delle loro vesti. Nessuno poteva accostarli ed il cibo veniva calato dall’alto dentro a canestri che erano presi d’assalto dai poveri emarginati. L’immagine mi era rimasta dentro ed ora avrei potuto confrontarla con la realtà. La strada che conduce al villaggio è alquanto dissestata: sterrata, costellata di buche che ti fanno saltare e ti strapazzano la schiena. Ogni tanto si incontra un mezzo pesante che corre a velocità sostenuta, sollevando nubi di polvere rossa che rende impossibile distinguere la pista. Ai lati si stende la savana riarsa da una lunga siccità e dalla stagione invernale. Alte graminacee secche a ciuffi, mosse dal vento, macchie di arbusti bassi, qualche acacia… tutto ricoperto dalla polvere. Di quando in quando s’incontra un uomo in bicicletta, qualche bambino (subito penso:”Cosa fa un bambino così piccolo da solo?”), donne avvolte nei loro abiti splendidamente colorati che portano in testa cesti o secchi di plastica o il loro bimbo sulla schiena avvolto nella kanga. Tutti sembrano apparire dal nulla e ci si domanda dove siano diretti in quell’immensa distesa arida dove l’occhio non scorge abitazioni.
Arriviamo alla casa delle Orsoline, una piccola costruzione in mezzo alla savana accanto all’immancabile recipiente soprelevato che contiene l’acqua. Una ventina di bambini sono seduti in terra all’ombra di una casupola piuttosto malandata che funge da magazzino. Una giovanissima donna è seduta innanzi a loro e li fa esercitare nella lettura. Conosciamo le suore che si prendono cura della piccola comunità in particolar modo del villaggio dei lebbrosi: sono giovani, cordiali, sorridenti. La giovane superiora inizia a parlare con i miei compagni ed io non posso fare a meno di avvicinarmi ai bambini. Mi osservano incuriositi ed intimiditi: io apro il mio zaino e comincio a frugarvi dentro con aria preoccupata e un po’ misteriosa poi sollevo lo sguardo e spalanco gli occhi e così via. Stanno in silenzio, non perdono una mossa di quello che faccio. Continuo nella mia pantomima e loro si rilassano e cominciano a ridere. Il momento è giusto per tirare fuori le adorate pipi (caramelle) e distribuirle. Aspettano composti il loro turno. A quel punto penso di farli giocare ma non è facile spiegarsi senza conoscere lo swahili. Mi affido alla mia lunga esperienza con i bambini e riesco a mettere su un coro con le voci degli animali. All’inizio si vergognano ma poi si sciolgono e si abbandonano al ritmo e al divertimento. Il risultato è uno splendido schiamazzo organizzato in un coro in cui prima isolatamente poi tutti insieme fanno sentire la propria voce gli animali da cortile: il gatto, il cane la pecora, la mucca, l’asinello,il gallo e la gallina. Quell’angolo riarso di savana ha preso vita anticipando la primavera. Mi dispiace dover andare via. Trovo che il contatto con i bambini sia rigenerante soprattutto quando, come in questo caso, sono privi di ogni sovrastruttura creata dal mondo selvaggio del’informazione.
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Il mulino a vento nella savana
Andiamo a vedere il pozzo dove un mulino a vento aspira l’acqua da sottosuolo. E’ come un gigante solitario il mulino che fa girare le sue pale in sintonia col vento, circondato da erbe secche, macchie di arbusti, grosse zolle di terra in attesa dell’acqua che le renderà vive. Mi guardo intorno, non partecipo ai discorsi dei tecnici, esploro con lo sguardo il deserto che mi circonda e ad un tratto, da quel deserto sbuca fuori un bambino che cavalca il copertone di una macchina: si ferma e ci osserva. Gli vado incontro, lo saluto, parlo con lui soprattutto col linguaggio del corpo: sorrisi, carezze sulle manine bianche di polvere. Resta, fiero, sulla sua cavalcatura. La pippi è la ricompensa che attendeva. A quel punto si lascia fotografare soddisfatto per rivedere subito dopo la propria immagine con un divertito stupore.
Proprio allora mi rendo conto che la savana non era affatto deserta come mi era apparsa ma tanti occhi ci seguivano non visti. Altri bimbetti che erano rimasti in osservazione escono allo scoperto alla conquista delle pippi. Uno di essi tende le manine per prendere le caramelle: sono rugose come quelle di un centenario: conseguenza di una bruciatura ( la prima di una lunga serie che vedrò in Africa). Il gruppetto resta ad osservarci ancora un po’ poi sparisce così com’era apparso. In lontananza vedo una costruzione bianca piuttosto insolita per il luogo. Imbocco un sentierino tra le sterpaglie e vado ad esplorare. In realtà si tratta di una grande costruzione realizzata con tecniche moderne: le giro intorno ed una targa mi informa che si tratta della scuola elementare “S. Gaspare”. Fino ad ora il luogo è rimasto deserto. Siamo vicini al tramonto: qui il sole cala rapidamente (alle 18,30), ti regala un’esplosione di rosso e di arancio quindi,rapidamente, cede il posto al buio della notte. Figure di donne animano quella solitudine, portano un canestro sul capo fasciato dalla Kanga come fosse una corona. Probabilmente tornano dai campi e nei canestri c’è il cibo per la cena. Riesco ad avere solo una breve panoramica del villaggio: una piazzetta polverosa al cui centro si trova la pompa per l’acqua; un edificio in costruzione il nuovo dispensario intitolato alla memoria di “ Don Luigi La Favia” missionario che ci ha lasciato di recente e fratello di un nostro missionario della Congregazione; una piccola casa che è l’attuale dispensario e di fronte, la cucina comune: una costruzione in muratura provvista di una veranda coperta dove i lebbrosi sostano in attesa che venga loro consegnato il pasto cucinato.
Alle spalle della piazzetta le abitazioni dei residenti: basse casette grigie in muratura.
Per il vero incontro con gli abitanti del villaggio dovrò attendere la prossima volta.
La giornata di oggi sarà particolarmente intensa: visiteremo Sukamaela poi Chibumagwa dove si trova un altro ospedale costruito e gestito dalla Congregazione dei Padri del Preziosissimo Sangue, e infine il deserto del sale. La spedizione è costituita dai medici del Bambin Gesù che ci hanno raggiunto a Itigi: un pediatra, un cardiologo , una neurologa, Diana figlia del cardiologo, Giulia, una giovane studentessa di medicina ed io. Ci accompagnerà suor Incoronata, pediatra e direttrice dell’ospedale di Itigi che merita un capitolo a parte. Solita strada accidentata ma non ci si fa più caso: siamo tutti tesi verso l’itinerario del giorno. Suor Incor è una splendida guida che sa rispondere ad ogni domanda perché conosce la lingua del posto ed ama il paese in cui vive e presta la sua opera da circa trent’anni. Arriviamo alla casa delle suore dove ero già stata a fare “ lo schiamazzo della fattoria” e mi fa un immenso piacere sentirmi salutare dalla suora che ci riceve:”Habari Anna, Karibu”(come stai Anna, benvenuta!).Ho l’impressione di essere di casa. Ci viene offerto il the con dolcetti preparati dalle suore, piccoli torcetti di color rosa fritti nel’olio di girasole. La loro abitazione offre l’indispensabile: camera per le suore, bagno per gli ospiti fornito di wc e lavandino, piccola lavanderia, stanza da pranzo e cucina che mi colpisce per la sua estrema essenzialità (neppure un tavolo o una sedia; non parliamo del frigorifero…) La casa è priva di corrente. Esiste un generatore che viene acceso solo dalle ore 19 alle 21 ( il gasolio costa ed i rifornimenti si fanno attendere). Le lampade a kerosene offrono l’alternativa al buio della savana. Sono loro, le suore orsoline di Sukamaela, che si occupano dei lebbrosi, ormai tutti guariti, e fanno fronte alle loro necessità.
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Il villaggio dei lebbrosi
E’ nato perché lo stato della Tanzania ha deciso di creare dei luoghi in cui raccogliere questi infelici la cui evidente malattia è considerata, ancora da molti, una maledizione di Dio. Venivano chiamati “gli intoccabili” e il loro destino era quello di vagare in cerca di cibo e di un rifugio di fortuna, tenendosi nascosti e pronti a fuggire, se scoperti, respinti dalla paura della gente convinta, erroneamente, che la malattia fosse terribilmente contagiosa. Non è facile scardinare queste credenze anche se oggi si sa che la lebbra si trasmette per contatto diretto prolungato e per diversi fattori, come la promiscuità, la mancanza d’igiene e la malnutrizione . Il villaggio, come ho già accennato, sorge intorno ad uno slargo al cui centro, c’è una pompa che aspira l’acqua da una cisterna; si trova lì anche la costruzione in cui vengono preparati i pasti. Si tratta di uno stanzone in cui sulla parete di fronte alla porta, sono posizionate tre alte stufe a legna nere, nere; il fumo fuoriesce dalle due pareti laterali grigliate. A terra, da una parte, un fascio di rami della lunghezza di un metro e mezzo, assicura il combustibile per completare la cottura dei fagioli.
L’ugali (la polenta di granturco bianco) è già pronta ed attende, densa, nel suo pentolone nero, di essere distribuita. Il cuoco ci accoglie sorridente, coperto da uno spesso strato di fuliggine. E’ l’ora del pasto e la piazzetta comincia a riempirsi. Man mano che gli abitanti arrivano vedono Suor Incoronata e le si fanno intorno per salutarla e poi si rivolgono anche a noi sorridenti ed accoglienti. L’atteggiamento di suor Incor e poi quello dei medici è così naturale e tranquillo da abbattere le ultime perplessità. Mi trovo a stringere moncherini con la stessa naturalezza con cui mi vengono porti sentendomi (io, sana) grata per l’accoglienza affettuosa e priva di riserve. Un’anziana donna ci conduce a vedere le abitazioni più vicine alla piazza. Sono casupole in muratura coperte da un tetto di lamiera, costituite da una stanza per dormire ed una stanzetta per riscaldare i pasti al cui centro, sul pavimento, c’è l’immancabile focolare costituito da tre pietre disposte a cerchio che delimitano lo spazio del fuoco.
Le costruzioni realizzate inizialmente dallo Stato avevano ceduto alla durezza del clima: la stagione delle piogge, il vento che le precede, l’intensa calura estiva… i missionari hanno provveduto alla loro riparazione così come si sono fatti carico di continuare ad assicurare il cibo agli abitanti del villaggio. Braccia solidali offrono la loro forza a chi non può più usare la propria. Occhi che hanno il dono della luce guidano chi vive nel buio perenne. Ho visto passare una donna cieca che si reggeva ad un bastone sorretto dalla spalla di due uomini uno dei quali la precedeva e l’altro la seguiva: lei, al centro, procedeva sicura. Arriviamo alla casa di un’anziana donna che ha perso la vista ciò nonostante riesce a realizzare i piani per gli sgabelli di legno intrecciando fili di rafia colorati ottenendo un risultato davvero gradevole: due di essi si trovano nell’ufficio di Albano di don Evaldo, economo della Congregazione,. che ha l’Africa nel cuore. Lasciamo il villaggio sapendo che lo rivedremo ancora prima di partire. Nel viaggio di ritorno, infatti, l’ultimo saluto sarà proprio per questa parte sofferente di umanità che può contare su un alloggio, acqua e cibo grazie alla generosità dei Padri che provvedono a sostenerli senza dimenticarli mai. Assisteremo ad una manifestazione degli scolari della “ Scuola S. Gaspare” che con i loro canti e le loro danze diranno il loro grazie e riceveranno un pacco di zucchero da portare nella propria casa. Vedremo ancora una volta i nostri amici del villaggio raccolti in silenzio sotto il portico della cucina comune per ricevere individualmente il dono dello zucchero che useranno con estrema parsimonia per arrivare alla prossima distribuzione. Un uomo anziano si è avvicinato a don Evaldo e gli ha detto:” Questa mattina ho consumato l’ultimo cucchiaio di zucchero perché sapevo che saresti arrivato”.

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Il deserto del sale

Partiamo per il deserto del sale accompagnati da una suora di Chibumagwa, località in cui sorge una copia in formato ridotto dell’ospedale di Itigi. Sono esse infatti, le suore del “Preziosissimo Sangue” che si occupano della popolazione che vive nei luoghi da cui si estrae il sale dalla terra. Il paesaggio diviene sempre più arido. La pista procede tra profonde spaccature di terra grigiastra. Attraversiamo il letto di un fiume completamente asciutto. A ridosso della riva, a livello del terreno c’è un pozzo dal quale delle ragazze attingono acqua; guardano verso la nostra jeep e ci salutano. Sono le ultime persone che incontreremo fino al villaggio. S.Incor. ci dice che nella stagione delle piogge non solo il letto del fiume è colmo d’acqua ma anche le zone limitrofe sono interamente allagate e non è possibile transitare. Via via il terreno diviene pianeggiante: un’infinita distesa di terra, biancheggiante, priva di vegetazione, dove sembra impossibile orientarsi e trovare la pista giusta. Per un attimo penso che ci siamo persi in quella desolante uniformità. La suora che ci accompagna, grazie a Dio, è sicura e dà precise indicazioni all’autista. Finalmente arriviamo ad un piccolo villaggio al centro del quale sorge una chiesina bianca la cui vista mi rassicura. Lo superiamo ed arriviamo al luogo in cui si estrae il sale. Nel mio immaginario sarebbe stato lo scenario ideale di un vecchio film, per rappresentare una colonia penale in cui i detenuti scontavano a vita, la loro colpa. Non vi è ombra di vegetazione. Capanne marroni di frasche e cumoli di terra nerastra interrompono la linearità senza soluzione del paesaggio su cui si innalzano qua e là comignoli di fumo che accrescono la sensazione di afa. Scendiamo dalla jeep. Sul terreno una serie di buche rotonde allineate, con un canaletto al fianco che le collega…; più in là, grosse teglie di alluminio sotto le quali ardono grossi tronchi…; su un cavalletto rudimentale, adagiato su una tela di sacco, il sale: sintesi del prodotto della terra e del faticoso lavoro dell’uomo che in quella terra consuma la vita.

Il processo di lavorazione ci viene spiegato da una donna, una sorta di capo-villaggio che viene a riceverci. Ha un viso profondamente segnato dal sole e dalla fatica
del vivere in un ambiente così inospitale ma mi appare bella, fiera per il modo in cui ti guarda e ti dà informazioni sulle diverse fasi di lavorazione del prodotto che assicura loro la vita. Vengo a sapere da suor Incor che prima che arrivassero le suore, i lavoratori dovevano pagare l’affitto delle teglie ai compratori che pretendevano due sacchi di sale gratis sui tre giornalieri che venivano prodotti. La congregazione dei Padri ha fornito le teglie aumentando così il loro margine di guadagno.
Le suore ci avevano raccomandato di non scattare foto ma io non resisto alla tentazione di chiedere il permesso alla regina del sale e lei acconsente purchè la foto “Le venga restituita”. Prometto che la riavrà e lei si concede alle nostre macchine fotografiche mantenendo un contegno vagamente distaccato.
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Lasciamo la “fabbrica del sale” e torniamo verso il villaggio dove ci fermiamo. Entro nella chiesetta bianca che avevo notato all’andata. Ha la forma rettangolare; le porte d’ingresso sono poste sulle pareti più corte ed una serie di finestrine strette, ad arco, corre lungo il perimetro della chiesa. L’altare, una rustica lastra di pietra è posto al centro della parete lunga, circondato da semplicissime panche piuttosto malandate, alcune delle quali sono appoggiate su grossi sassi. Mi siedo davanti all’altare, guardo il crocifisso di legno impolverato e mi sento perfettamente a mio agio in questa casa di Dio così essenziale, tanto diversa dalle nostre chiese “affollate” da statue, affreschi, quadri, candelabri…eppure testimonianza forte della presenza di Dio e del suo amore per gli uomini. Mentre mi cullo nei miei pensieri alzo gli occhi e vedo, affacciarsi da ogni finestrella , un visetto scuro che scruta all’interno.
Sono i bambini che usciti da scuola vengono a spiare i Wazungu (i bianchi). Esco dalla chiesa. Il pediatra che è con noi,alto, robusto, scuro di capelli e di carnagione, spalanca le braccia e si lancia verso i bambini gridando” Wazungu”.I bambini scappano gridando e ridendo poi pian piano si avvicinano per fuggire di nuovo quando noi tutti facciamo da spauracchio col solito grido che equivale al nostro “Arriva l’uomo nero”. Il ghiaccio si è rotto ma permane una certa diffidenza. Mi viene voglia di entrare in contatto epidermico con loro e quale modo migliore del gioco? Chiedo aiuto a Diana e Giulia, le mie giovani amiche, loro sono subito d’accordo ma:”Come glielo spieghiamo?” obiettano.-”Glielo facciamo vedere!” rispondo. Coinvolgiamo anche gli altri membri della spedizione ed iniziamo il “GIROTONDO”. Al momento del “tutti giù per terra”scoppia un coro di risate. Quel gruppo di bianchi che si accovacciano a terra deve essere molto buffo ai loro occhi. Lo ripetiamo un’altra volta ed è fatta: decine di mani si tendono per dar vita al più grande e bel girotondo che abbia mai fatto. La canzoncina viene subito assimilata dai bimbi che hanno un orecchio musicale davvero notevole ed è gradevolissimo sentirli cantare a voce spiegata. Passiamo al gioco del” gatto e il topo” seguendo la stessa modalità ed un coro di urla, risate e incitamenti accompagnano ogni esibizione. Si è già creato un clima di reciproca simpatia quando giunge il momento di ripartire. Risaliamo sulla jeep. Decine di mani si agitano nell’aria per accompagnare il viaggio degli amici di un pomeriggio incontrati alle soglie del deserto del sale.
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La scuola delle suore della misericordia mi ha aiutato a rompere il ghiaccio con il nuovo ambiente: la direttrice, suor Marina ha agevolato il mio incontro con la lingua swahili,traducendo le istruzioni per i lavori da realizzare nella scuola-ludoteca ed insegnandomi alcuni vocaboli; lì ho trovato bambini apparentemente sani ( nessuno in sovrappeso) che hanno una vita normale: vanno a scuola, fanno merenda, giocano , cantano, ballano, hanno le loro insegnanti, hanno una casa, magari poverissima, a cui fare ritorno dopo le lezioni. “Ma i bambini del reparto pediatrico- mi chiedo- cosa fanno? Come trascorrono la loro giornata?” Ne parlo con suor Incor e lei mi accompagna in una stanza del padiglione di pediatria attrezzata ad aula scolastica con un lungo tavolo per le attività grafico-pittoriche.
Alle pareti sono appesi i lavori realizzati con un gruppo di volontari che è stato qui lo scorso dicembre. Sr.Incor mi spiega che nel pomeriggio dalle 15 alle 16,30 i bambini hanno lezione, nel tempo successivo posso occupare la “scuola” per intrattenere i bambini e con estrema naturalezza mi consegna le chiavi! Mi sento ricca: uno spazio da gestire tutto per me! La mattina dopo, Diana ed io andiamo a fare un breve sopralluogo nella scuola per renderci conto del materiale disponibile e predisporre il lavoro che andremo a proporre ai nostri piccoli allievi. Ho pensato ad un disegno che preveda l’utilizzazione di varie tecniche come il collage, tempera, pennarelli ecc. in modo che tutti possano partecipare senza difficoltà.

Scrivo le istruzioni passo per passo, suor Marina ci aiuta a tradurre in lingua swaili ed affrontiamo il primo giorno di scuola. I nostri primi alunni sono Sheriva una bimba di 12 anni esile, esile che soffre di cuore e che spero riuscirà a venire in Italia per essere operata. Si presenta avvolta nell’inseparabile kanga. Monika anch’essa di dodici anni, costretta sulla sedia a rotelle da una malattia alle ossa e Jodi, un terremoto di sei anni dalla risata contagiosa che trasuda cortisone. Si affacciano alla porta della scuola –ludoteca e aspettano il nostro invito per entrare. Facciamo conoscenza e, dopo aver sistemato il materiale sul tavolo, sotto i loro occhi attenti, ci disponiamo a svolgere il lavoro programmato. La nostra pronuncia non deve essere proprio giusta perché suscita perplessità da parte dei più poi Monika (che si rivelerà la capa della strana brigata)con un mezzo sorriso fa le precisazioni del caso. Dopo tre giorni Diana parte ed io resto con una classe che cresce di numero giorno dopo giorno. Arrivano i bambini che sono in ospedale coi genitori per una visita medica, qualche bambino del vicino villaggio e naturalmente i bimbi ospedalizzati tra cui Habisai un piccolo di sei anni, gravemente ustionato sul corpo, avvolto in un lenzuolino bianco, che mi ruba subito il cuore. 
I nostri pomeriggi passano in un attimo e quando arriva l’ora di andare via (alle sette è completamente buio) bisogna ripeterlo svariate volte:sembrano essere diventati tutti sordi! Quando finalmente riusciamo a guadagnare l’uscita, sistemo Sheriva sulla carrozzella con Monika perchè non si stanchi, e le riconduco al loro padiglione, Habisai si attacca ai miei pantaloni e gli altri seguono la carovana cantando le canzoncine che abbiamo imparato. Suscitiamo sorrisi divertiti ma chi si diverte di più siamo noi che godiamo fino all’ultimo momento della reciproca compagnia.
L’ultimo pomeriggio che abbiamo trascorso insieme è un’immagine che conservo tra i miei ricordi più preziosi. Arrivo a scuola e, eccetto Sherifa che non si sente bene, sono già tutti lì, ad aspettarmi. Si sono spinti fino sulla strada, perfino Monika con la sua carrozzella. Ci stringiamo in un largo abbraccio poi entriamo nella nostra “aula”. Con me c’è anche Alberto, un giovane dello staff dei missionari che mostra una grossa propensione per i ragazzi. Insieme eseguiamo giochi ed improvvisiamo delle scenette che divertono e coinvolgono i bambini. Distribuiamo caramelle, ci scattiamo fotografie e intanto arriva il momento dei saluti. Prendo in disparte Monika che è la più grande e che è stata la mia assistente dal primo istante, perché voglio lasciarle qualcosa che mi appartiene per suggellare la nostra amicizia. Parliamo con le parole del cuore. Lei mi guarda: i suoi sono gli occhi di chi ha imparato a conoscere la sofferenza, di chi, anche se così giovane, ha detto molti addii, di chi fa ricorso alle lacrime solo eccezionalmente; sono umidi e pensosi i suoi begli occhi neri e sembra che dicano :”E così anche tu te ne vai!” Ancora un abbraccio e torniamo al gruppo che scalpita incuriosito per la nostra breve assenza e che Alberto fatica a tenere a bada. Un bacio e un abbraccio a ciascuno dei miei piccoli amici e poi via con gli occhi che a stento trattengono le lacrime e la testa rivolta verso tutte quelle mani che si levano in alto per un ultimo saluto.
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Sherifa
L’ho incontrata la prima volta che ho ricevuto i bambini nella scuola dell’ospedale. E’ arrivata insieme a Monika. Mi hanno colpito i suoi occhi tristi un po’ schivi, il suo silenzio, la fatica accusata al minimo sforzo. Suor Incor mi ha spiegato che è in attesa di una visita cardiologica del cardiochirurgo che stabilisca se è il caso che venga in Italia per sottoporsi all’intervento. Il terzo giorno è arrivata in classe già provata. Ha cominciato a colorare il suo disegno poi ha poggiato la testa sul tavolo. Le ho chiesto se fosse stanca ma mi ha fatto capire che stava male ed ha iniziato a piangere: un pianto silenzioso di cui pareva vergognarsi. C’era anche Diana con me. Abbiamo notato che aveva i piedi molto gonfi. L’abbiamo aiutata a stendersi su una panca dove si è rannicchiata girandosi verso il muro avvolta dalla sua kanga verde. Diana l’ha poi accompagnata nell’ambulatorio dove suo padre stava visitando. Le hanno subito fatto un’ecografia. Le sue condizioni sono davvero precarie: alla malattia di natura cardiologica molto seria, si aggiunge un notevole stato di denutrizione. Sherifa ha osservato le immagini che comparivano sull’ecografo e il volto del medico che le commentava: il linguaggio non verbale è a volte più esplicito delle parole. Quasi certamente verrà in Italia ! 
Sarebbe dovuta partire con la nostra spedizione la piccola Sherifa ma ha avuto delle complicazioni che le hanno fatto ritardare la partenza e così è giunta dopo due settimane accompagnata da un cardiologo che era andato a prestare la sua opera nell’ospedale di Itigi dopo la partenza del dottor Giannico del “Bambin Gesù”.Dal momento del suo ricovero ho visto mettersi in moto una macchina di solidarietà che mi ha confermato fiducia nella bontà dell’uomo. Suore tanzaniane si sono avvicendate perché la bimba non restasse mai sola ed avesse il conforto di persone che si esprimevano nella sua lingua ma anche tanti volontari hanno assicurato un’assistenza costante( anche di notte dopo l’intervento). Sherifa era sola, senza alcun famigliare ma ha ricevuto cure, attenzioni ed amore come può ricevere una figlia molto amata. Tutti noi abbiamo seguito le sue vicende con trepidazione ed abbiamo pregato perché quel tenero, giovane essere tanto provato dalla malattia, potesse ricevere il dono della guarigione. Anche il personale medico è rimasto conquistato dal coraggio con cui ha sopportato tutte le cure che hanno preceduto e seguito l’intervento. Ad ogni prestazione medica, magari con gli occhi pieni di lacrime, non mancava mai di sussurrare il suo “Grazie”
Sono appena tornata dalla visita alla mia bambina(ormai la sento un po’ mia). Dopo essere stata dimessa dall’ospedale Bambin Gesù è stata accolta nella casa-famiglia delle suore orsoline in via del Casaletto. L’avevo lasciata provata dall’intervento e dalle varie complicazioni che si erano succedute e che ancor più ci avevano fatto temere per la sua vita e l’ho ritrovata, a distanza di una settimana, con gli occhi splendenti di gioia per una vita ritrovata. Mi sembra un miracolo vederla muoversi con naturalezza, salire le scale, scendere in giardino mentre, in Africa, bastavano pochi passi a stremarla. Persino sorridere le costava fatica ed oggi mi ha accolto con un sorriso che è un inno alla vita. Mi sento grata a Dio per questo dono e ancor più mi rendo conto che la scienza deve sempre appoggiarsi all’infinito potere della Divina Misericordia.
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Ritorno a casa
Di nuovo a casa dal 17 settembre. Sono partita spinta dal desiderio di conoscere i luoghi di cui avevo sentito parlare da don Evaldo, di incontrare la gente che vi abita, di verificare con i miei occhi quali fossero le reali condizioni di vita e confrontarle, con quanto avevo avuto occasione di leggere e di vedere nei documentari. Mi sono trovata davanti ad una realtà che mi ha proposto un nuovo modo di considerare la vita, soprattutto la mia vita, incentrata, sino ad ora, prevalentemente sulla sfera personale. Ultimamente inoltre ero stata risucchiata dal dolore per la perdita di mio marito, dopo aver convissuto per quasi due anni, con un’acuta sofferenza che non lasciava spazio alla speranza. Ero arrivata a pensare che non mi restasse più molto da dare. Ho pensato che buona parte delle mie risorse si fosse ormai esaurita, che avrei potuto restare accanto ai miei figli, cercando di fare il possibile per attenuare il dolore per l’assenza del loro papà, circondandoli di premure, d’amore … ma che la mia carica, la voglia di fare, l’entusiasmo per la vita si fossero spenti per sempre. Il viaggio in Tanzania mi ha offerto l’opportunità di uscire da me stessa e di confrontare la mia vita con quella di tanti esseri umani che si trovano a consumare la propria esistenza in condizioni estreme che non hanno meritato, come morire di fame, di sete, di malattie, per l’ostilità del clima, per l’ ignoranza, per l’indifferenza di chi, come me, è assorbito solo dalle proprie vicende personali. L’insegnamento più forte è venuto però dalle persone che ho conosciuto: suore e preti che hanno fatto della loro vita un dono a tanta parte di umanità sofferente. Ho scoperto, che non si tratta neppure di una questione di età ma solo di impegno , di dedizione , di amore. Ho conosciuto suore laggiù che non “si accorgono” neppure di avere ottanta anni perché sono troppo impegnate a testimoniare con le loro opere la fede in Dio. Assicurano l’istruzione ai bambini ed aprono scuole nel cuore della savana (come ha fatto suor Rita) dove fanno ancora la loro comparsa i leoni affamati o creano un luogo di accoglienza per giovani ragazze che sono esposte alle tentazioni di una vita facile dagli operai che lavorano alla costruzione dell’autostrada… e allora le suore evitano che le ragazze possano transitare da lì e le accolgono nella loro casa! Non parlo dell’assistenza quotidiana a ragazze madri per scongiurare il pericolo che vadano a cercare protezione da chi sconvolgerebbe ancor più la loro esistenza e quella dei loro figli. Ho visto anche la generosità di tanti laici che affiancano il lavoro dei religiosi e che, come nel Villaggio della Speranza, mettono a disposizione professionalià, tempo e denaro per realizzare progetti incentrati sulla promozione umana. Il villaggio non ha scelto a caso il proprio nome perché assicura Speranza di vita a duecento bambini orfani di genitori che avevano contratto l’HIV. Li ho incontrati alla celebrazione eucaristica domenicale puliti, curati, visibilmente amati: con i loro canti e danze hanno trasformato la S. Messa in una grande festa dove l’amore era palpabile.
Veramente c’è molto da raccontare e ancor più da imparare. Io ho imparato che sono stata molto fortunata e che è giusto che trovi il modo di restituire ciò che ho ricevuto in dono, del tutto gratuitamente. Ho imparato che la paga giornaliera di un operaio equivale ad un euro ed ho considerato quanti euro vengono spesi con noncuranza da molti di noi. Ho visto bambini sulla soglia della denutrizione, consumare come unico pasto un bicchiere di uji ed ho pensato ai nostri carrelli sovraccarichi di merendine tanto più invitanti quanto più dannose; patatine, CocaCola; cibi e bevande che contribuiscono a rendere i nostri figli sovrappeso ma sempre più inconsapevoli dell’importanza e del valore del cibo come accade,ad esempio, nelle mense scolastiche: si fa fatica a far consumare ai bambini un pasto accuratamente studiato perché dia il giusto apporto di vitamine, carboidrati, proteine… i gusti sono divenuti difficili,e spesso il cibo finisce quasi tutto nel secchio dei rifiuti. Ho sentito, negli ambulatori dell’ospedale di Itigi, diagnosticare malattie che se fossero state curate per tempo avrebbero consentito una vita normale ai pazienti che ora invece ne porteranno il segno per sempre. Ho incontrato lo sguardo grave dei bambini e dei genitori che li accompagnavano, mentre ascoltavano una diagnosi che non lasciava alcuna speranza. Questa è stata in assoluto l’esperienza più dolorosa: leggere negli occhi di un bambino che rappresenta di per sé la vita, la speranza, il futuro, leggere nei suoi occhi dicevo,la consapevolezza che per lui, non ci sarà alcun futuro, è qualcosa di straziante che si stampa in modo indelebile nel cuore.
Questo è stato il dono immenso che mi ha lasciato l’esperienza in Tanzania. Mi ha insegnato che chiudersi, a volte crogiolarsi nel proprio vissuto, doloroso o appagante che sia, è quanto di più sterile si possa fare. E’ urgente mettersi a disposizione del nostro prossimo, vicino o lontano che sia, guardarlo con amore e domandarsi:”Posso fare qualcosa per lui? Come posso dare il mio contributo alla vita? Come posso rendere grazie per quanto ho ricevuto, per le opportunità positive che hanno reso la mia vita migliore di quella di tanti altri?” E’ incredibile scoprire che il bagaglio di esperienze dolorose che ci portiamo dentro diventa molto meno pesante se lo confrontiamo con quello che migliaia di esseri umani sono costretti a trascinare faticosamente ogni giorno.
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Introduzione
L'arrivo
Itigi
Sukamaela
Il mulino a vento nella savana
Villaggio dei lebbrosi
Deserto di sale
Un grande girotondo
La mia scuola
Sherifa
Ritorniamo in Italia